mercoledì 24 novembre 2010

Vi raccontiamo l'Italia, Not Only Photography

Sul Blog Not Only Photography intervista doppia al collettivo Micro per il progetto Voices From Italy e al fotografo Emiliano Mancuso per Reportage Italia.
Un grazie a Eliseo Barbàra per il suo lavoro!

lunedì 22 novembre 2010

COMMONPLACE


E' online "commonplace".
Ci vediamo il prossimo mese con l'ultimo tema!

mercoledì 6 ottobre 2010

LA MIA PARTE DI MONDO. INTERVISTA A ELISABETTA COCIANI di Lucia Rinolfi

L.R: Non sei veneto se...

E.C: Non ti piace il vino! Sembra uno scherzo, in realtà trovo che il bicchiere di vino rivesta  grande importanza nella vita dei veneti, mi spiego meglio. I bar e le osterie sono il luogo di ritrovo per eccellenza, sono occasione di incontri, di discussioni, di divertimento e di passatempo per tutti, dai più giovani ai più anziani.


Un'istantanea che porti dentro di te del Veneto?

Torno da scuola e vedo mio padre sfrecciare in macchina, stranissimo a quella velocità, corro a casa e mia nonna mi dice che è nata mia sorella. Avevo 11 anni, il nome lo abbiamo scelto io e mio fratello: Anna.


  

e del Friuli?

Del Friuli ho pochissimi ricordi, ce ne siamo andati via quando avevo tre anni. Ho però un'immagine molto nitida: sono con Eva, la mia amichetta preferita, vestite da ballerine, in tutù, io verde, lei rosa. Balliamo. Eva studiava danza sul serio e si vedeva…io invece cicciottella e impedita, ma felicissima! Da qualche parte, a casa dei miei, ci deve essere una fotografia che ha immortalato quel momento. 


Come riesce la fotografia ad avvicinarti alla realtà, se lo fa?

Lo fa sicuramente perché racconto delle storie che sono reali e per farlo ascolto, osservo, cerco, conosco e infine dò una mia lettura della realtà.                                                                                                                                La fotografia mi ha aiutato moltissimo anche a superare in parte la mia timidezza perché ho imparato non solo a guardare ma anche a interagire con gli altri, per fotografare le persone è per me molto importante instaurare prima un contatto, una relazione. Ecco quindi che prima di un ritratto, se ho l’opportunità, lascio da parte la macchina fotografica e inizio a chiacchierare… 




Che cosa sai ora - che prima non sapevi - della tua regione e delle sue persone grazie al lavoro per Voices from Italy?

Il lavoro Voices from Italy mi è servito soprattutto per riflettere sul Veneto, mi ha aiutato a capire quale è il mio rapporto con questa regione,  è stato importante scegliere le foto che per me rappresentano il Veneto, voglio sottolineare questo aspetto, è il “mio Veneto”, certo non pretendo di rappresentare il Veneto per esempio con il ritratto di mia sorella, si tratta di  una lettura completamente personale.


Se tu non fossi nata in Friuli, cresciuta in Veneto e vivessi a Milano... quale parte del mondo credi ti apparterrebbe?

L'Istria, mio padre è di origine istriana, il mio cognome è stato italianizzato, i miei parenti che vivono ancora lì si chiamano Kocijančič. La famiglia dei miei nonni con la seconda guerra mondiale si è disgregata, chi è andato in Australia, chi in America, chi in Italia e chi è rimasto. Sono convinta che mio papà, nato per caso in Lombardia, si sia portato dietro questo vuoto, la sua terra d’origine, e io credo di avere ereditato questo sentimento, non mi sento né friulana, né veneta e nemmeno milanese.


Il viaggio che ti manca per capire da dove vieni

Sicuramente l’Europa dell’Est, partendo dalla ex Jugoslavia e arrivando in Russia.


Perché abbiamo bisogno di vedere il mondo attraverso un obiettivo?

Il perché non lo so, so che a me piace moltissimo, seleziono e fermo la mia parte di mondo, è soggettiva e personale. Fai fotografare la stessa cosa a due fotografi e avrai sicuramente due immagini diverse.




Perché hai scelto la fotografia?

Mi sono avvicinata alla fotografia un po' per caso, ai tempi dell'università il  fidanzato di allora mi regalò la mia prima macchina fotografica. Sempre in quel periodo, folgorante fu una mostra che vidi in Germania di August Sander: in quell’occasione capii che non avrei fatto l’architetto ma che volevo fare la fotografa. Il linguaggio fotografico era perfetto per me.  Sono sempre stata una persona attenta e curiosa, ho sempre avuto un grande spirito di osservazione, con la macchina fotografica riuscivo a documentare e a raccontare quello che mi colpiva. Diciamo anche che per me risulta molto più semplice comunicare con delle immagini piuttosto che con le parole scritte o parlate. 


Sarai una fotografa per sempre?

E chi lo può dire? Oggi ti potrei dire, sì, sarò una fotografa per sempre, ma magari arriverà il momento in cui metterò da parte la macchina fotografica per utilizzare un altro mezzo, credo comunque che non smetterò mai di documentare e raccontare storie.




Lucia Rinolfi, ricercatrice iconografica di Gente

lunedì 4 ottobre 2010

LANDSCAPE


E' online il quarto tema, landscape!

Il fotografo Milo Sciaky, dopo aver visto in anteprima le fotografie, ci scrive:

 "Le foto della nuova serie tematica di Voices mi sembrano quelle che meglio hanno risposto all’argomento della consegna. Nonostante il livello qualitativo delle immagini dei temi precedenti, forse a causa del persistente elemento umano rappresentabile in maniera infinitamente più varia che del solo paesaggio, avevo inizialmente mosso la critica che tutto sommato non sarebbe stato troppo complicato spostare le singole immagini da un tema all’altro senza che un utente qualsiasi si accorgesse dell’artificio. Avevo l’impressione che le foto delle tre serie: people, Habitat e work, fossero sostanzialmente troppo simili tra loro per dare l’impressione  che si proponessero di rappresentare dei concetti tra loro differenti. Ovviamente le difficoltà di organizzare il materiale proveniente da 20 regioni diverse sono belle grosse e il risultato dell’esperimento va letto, a parer mio, come l’intento non tanto rappresentativo della propria realtà territoriale da parte delle singole voci, con i cazzi loro e il tempo che possono dedicare al progetto, quanto come il coro di queste voci, fin’ora semplicemente allacciate fra loro, che con landscape hanno trovato il modo, spontaneo e ignaro delle scelte argomentativo/stilistiche delle altre voci, di imbroccare tutte insieme una sola nota e di intonarla in un canto piacevole e armonioso (ora piango), come se a scattarle sia stata un’unica sapiente mano o occhio o cervello che sia."

lunedì 20 settembre 2010

COSA FAI PER VIVERE ED ALTRE DOMANDE FILOSOFICHE A MASSIMO DI NONNO di Raffaele Vertaldi

R.V: La prima domanda è sempre la più difficile, per cui te ne faccio tre in una. Ok, cominciamo: dove sei in questo momento? Da dove vieni? E dove stai andando?

M.D.N: In questo momento mi trovo a Milano e faccio il turista. È venuto a trovarmi mio nipote Aberto e con lui andiamo in giro per la città semi deserta. Sto dedicando il mio tempo a lui, che si è impossessato anche della mia macchina fotografica.
La settimana scorsa sono stato a Venezia, che considero una città, anzi un'isola/città, meravigliosa. Da un anno a questa parte ci vado spesso perché sto lavorando ad un progetto che riguarda il tema dell'acqua, e poi, insieme ad altri tre fotografi e in collaborazione con l'Università Ca' Foscari ed il Centro Pace di Venezia, stiamo organizzando una mostra sul concetto di attesa legato all'immigrazione.
Dove sto andando? Tra un po' esco con Alberto e andiamo alla Pinacoteca di Brera. Venerdì partirò per il Molise per rivedere la mia famiglia e partecipare al compleanno di Andrea, l’altro nipote.


La mia in verità era una domanda un po' più filosofica, del genere chi siamo, quali sono le nostre origini, dove stiamo andando...

Bene, ora mi trovo nel mezzo del cammino (ammesso che la lunghezza della mia vita sarà nella media), questa è la certezza che ho rispetto a dove sono. Per il resto è difficile dirlo, guardandola ottimisticamente direi a buon punto. E non importa  se non c'è un punto dove arrivare.
D'altronde arrivo da punti diversi. Pensavo che avrei fatto l'odontotecnico per tutta la vita a Campobasso. Invece ora sono a Milano e dico che faccio il fotografo.
Dove sarò domani? L'altra sera passavo in zona Brera e c'erano le  cartomanti, mi sarei voluto fermare e scoprirlo. Mi dispiace per te ma non l'ho fatto. Credo nel caso ma penso anche che ognuno possa in qualche modo determinare il proprio destino. In  questo momento mi sembra di avere necessità di semplicità. Poco rumore e più cose concrete.


Tornando alla tua prima risposta, e a proposito di semplicità, silenzio e concretezza, la maggior parte dei tuoi lavori è incentrata sul tema dell'acqua (mancanza/presenza della): ti sei mai soffermato ad analizzarne le ragioni? Fa tutto parte di una sorta di panta rei più generale? È un argomento che influisce anche sul metodo con cui porti avanti i tuoi progetti fotografici? O è piuttosto il tuo modus operandi a spingerti verso un elemento così fluido ed in perenne mutamento? 

La ragione è semplice: siamo circondati dall'acqua. Siamo acqua. Oggi per esempio piove a dirotto. C'è acqua in tutte le cose che ci circondano anche in quelle che apparentemente non ne contengono: un pezzo di acciaio sarà stato  raffreddato con l'acqua, tutto quello che mangiamo è composto per la maggior parte di acqua o sono serviti litri d'acqua per ottenerlo. Troppo spesso ci dimentichiamo dell'importanza di questo elemento fondamentale per la nostra esistenza.
Mi occupo di acqua sia per sensibilizzare le persone sul tema -  preservare il nostro bene più prezioso credo sia una battaglia fondamentale, nella quale mi sento coinvolto quotidianamente, - sia per ragioni “estetiche”. M’interessa esplorarne i vari aspetti. Non solo denuncia, quindi, ma anche bellezza, pericolo, mutevolezza. Come dici tu, è un elemento in perenne mutamento, e quindi può essere raccontato in innumerevoli modi. L'acqua condiziona la nostra vita. Cerco di raccontarne tutte le sue forme e implicazioni, in qualche modo adattandomi alla sua mutevolezza. In una sorta d’inseguimento in cui a volte mi sembra di perdermi e restare indietro. Intendo dire che spesso trovare la modalità e la forma migliore per raccontare l'acqua può essere complesso, meglio farsi trasportare e seguirne il corso.
L'acqua è vita e per me parlarne è vitale.






Io ho sempre considerato la terra il mio elemento di elezione, è solo di recente che ho cominciato a pensare all'acqua come una possibile declinazione dell'idea di luogo. Ultimamente ho addirittura iniziato ad associarvi la parola “casa”. Se la pronuncio, tu a cosa pensi?

Beh, immergendoci in acqua riceviamo una sensazione piacevole, in fondo è stato il nostro primo luogo, la nostra prima casa.
Per me casa è il luogo dove sto bene. Dentro o fuori voglio sentirmi a mio agio con tutte le mie idiosincrasie. Ci sono posti dove mi sento a casa ma nei quali non vivrei mai. Il silenzio mi fa sentire accolto. Due settimane fa ero a Berlino in  mezzo ad una foresta, di fianco ad un lago. Mi sono sentito in pace, a casa, ma non potrei vivere in quella dimensione a lungo. La dimensione di nomade è quella che più mi appartiene. Credo che apparteniamo a più luoghi o che più luoghi ci appartengano.


Facendo un rapido ma efficace sondaggio è venuto fuori che non tutti si ricordano della tua regione se gli si chiede di elencare quelle italiane, (un po' come il settimo nano, che manca sempre all'appello). Ora quindi una domanda un po' sleale se fatta a chi si esprime per immagini, e cioè: tu come descriveresti il Molise?

Ci sono tornato in questi giorni, ma cerco di tenermi lontano da Campobasso, la città dove sono nato, e andare in giro per stradine un pò franate, dove è difficile incontrare qualcuno. Per raccontarti la mia regione preferisco un punto di osservazione "secondario": un piccolo belvedere dal quale puoi cogliere tutti i suoi confini. Il mare a est, le montagne dell'Abbruzzo a nord, il massiccio del Matese, che ci separa dalla Campania, ad ovest, e le colline a sud che confinano con la Puglia.
Ti accosti con la macchina al ciglio della strada, spegni il motore, e subito sei circondato dal silenzio. Il vento rende piacevole anche il sole che picchia. Ai lati della strada ci sono rovi pieni di more enormi e gustose, intorno colline coperte di boschi o campi coltivati a biada. L'aria è così pulita da farti scoppiare i polmoni.
Riprendi a percorrere la stradina tutta curve e ti imbatterai in un paese arroccato su un cucuzzolo, con una poiana che lo sorvola quasi a controllare il territorio circostante. Se lo attraversi la gente ti sembrerà sospettosa, ma se ti fermi a chiedere un'informazione scoprirai una gentilezza spontanea e genuina. Insomma un luogo a tratti ancora selvaggio, dove l'antropizzazione è relegata, per fortuna, ancora a poche aree.  A volte sembra davvero rimasto com'era al tempo dei Sanniti. E forse lo spirito di questo antico popolo ancora lo anima.






Una sorta di arcadia, insomma. E però osservando il ‘tuo’ Molise non può risultare che spontaneo, per quanto ovvio, un confronto con il lavoro di Walker Evans per la FSA. Volendo approfittare del paragone, credi che la fotografia abbia ancora il compito (e sia ancora in grado) di indagare la realtà? Quale pensi dovrebbe essere in questo senso il ruolo delle commissioni pubbliche? C’è ancora spazio per qualcosa che non sia la semplice affermazione della personalità del fotografo?

La fotografia svolge un ruolo sociale. In qualsiasi forma essa venga espressa, se all'interno ha un contenuto può scuotere le coscienze, comunicando emozioni, sensibilizzando sui temi intorno ai quali la nostra società dibatte. È cambiata molto dai tempi di Evans perchè non ha fatto altro che adeguarsi ai mutamenti del mondo. Ma proprio perchè la società muta continuamente, la fotografia ha l'obbligo di documentarne le trasformazioni. Un lavoro costante di registrazione continua nel tempo.
I committenti pubblici dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale in quanto, attraverso l'uso non strumentale dell'immagine, possono registrare i mutamenti sociali e tentare efficacemente di guidarli. Sta poi alla coscienza del fotografo, e alla sua onestà, decidere se raccontare il mondo che lo circonda e del quale è parte, oppure se proiettare esclusivamente il proprio ego all'interno di una foto. Dovremmo contribuire al dibattito sulla società, non solo interpretando la realtà ma anche agendo quotidianamente nel rispetto del mondo circostante. Insomma più contenuto e meno effetti speciali.






Concordo e sottoscrivo. Un’ultima domanda solo apparentemente banale: cosa ti piacerebbe poter rispondere a chi da qui a dieci anni dovesse chiederti cosa fai per vivere?

Banalmente potrei rispondere che faccio un lavoro che mi piace molto: guardo quello che mi circonda. Mi piace perché ritengo che questo mi dia la possibilità di osservare il mondo da un'angolazione privilegiata. Rispetto ad altri lavori ho il vantaggio di poter indagare molteplici livelli della società, e non semplicemente da un punto di vista "teorico", ma essendo presente anche fisicamente. Per tornare a una risposta precedente è come essere su un colle dal quale puoi riuscire a vedere i confini che ti circondano.
E se da qui a dieci anni dovessi decidere di cambiare mestiere, spero sempre di continuare a dare il mio contributo alla società. Mi piacerebbe fare il cuoco (se non fosse un lavoro infernale). Perché cucinare bene è un modo per dare piacere agli altri.


Raffaele Vertaldi, photoeditor di IL - Intelligence in Lifestyle




lunedì 6 settembre 2010

ARIANNA SANESI: LA FOTOGRAFIA E' UN RAGAZZO CHE NON TI MOLLA MAI...di Danilo Deninotti

D.D: Chi è Arianna Sanesi e come mai è diventata fotografa? Voglio dire, è la risposta che davi già nei temi “Cosa voglio fare da grande” delle elementari, o è stata una folgorazione, una casualità, una scelta, una passione diventata lavoro?

A.S: Sul chi sono io, al momento ho idee piuttosto confuse e rischierei di dire fesserie. Di sicuro non mi basta il percorso fatto fin qui. La mia battuta è sempre stata “la fotografia è un ragazzo che non ti molla mai” (del resto paragono anche il mio rapporto con Milano a una storia d’amore), per cui presumo che sì, ci sia stato un innamoramento, così come le inevitabili crisi - del resto se ci pensi è tremenda l’idea di non potersi liberare di un fidanzato scomodo. Posso dire che sia stata una scelta che ha finito per intrappolarmi, forse. L’Arianna seienne voleva fare la domatrice di delfini, l’undicenne la guardia forestale.




Chi ti ha messo per la prima volta una macchina fotografica in mano? Rompevi le scatole come tutti i bambini ai tuoi genitori per fare tu le foto delle vacanze, o c'è stata una persona che ti ha introdotta nel mondo della fotografia e ti ha inculcato la passione?

La prima macchina seria, una Pentax K1000, me l’ha regalata mia madre quando avevo 15 anni. Qualche anno prima c’era stata un’amica di famiglia, Ivana, che mi aveva colpito perché appassionata di fotografia. Ma detto tutto ciò, credo piuttosto che il mio amore sia nato dal guardare le immagini sui giornali che avevo in casa, fin da piccolissima, piuttosto che dal farle. Le foto di famiglia, a giudicare dalla mia espressione perennemente imbronciata, erano soprattutto subite temo.


Che tipo di formazione hai seguito e quali sono stati, e sono, i tuoi modelli di riferimento? E che tipo di gavetta hai fatto?

Ho fatto casino (si può dire?) come in molti ambiti della mia vita: per cui mi sono incaponita a laurearmi in storia della fotografia per quanto non fosse un insegnamento che faceva parte della mia facoltà, ho fatto un corso all’Università Popolare di Prato, fatto l’assistente al Tpw (e devo dire che mi si è aperto un mondo, anche se ne ero e ne sono tuttora un’osservatrice esterna, un cane sciolto, come diceva un mio collega) e studiato al Bauer. Ma ho anche studiato altro: traduzione, insegnamento. Gavetta infinita, proprio nel senso che ancora non è finita. Smetto in questi giorni di fare l’assistente per un noto fotografo, e con questo sono riuscita a comprare la mia prima macchina di proprietà, fai tu. Il mio grande rimpianto è non aver studiato scienze naturali, l’aver vissuto la questione fotografia in maniera totalizzante. È stata un'ingenuità.


Qual è stato il tuo esordio, il tuo primo servizio? E l'ultimo? E nel mezzo, cosa è successo e quali sono stati i tuoi passi nel mondo della fotografia professionale (collaborazioni, richieste di servizi, proposte andate in porto e porte sbattute in faccia)?

Se per servizio si intende la prima cosa che ho finito, è stato un lavoro concettuale per il diploma al Bauer. Ho praticamente costretto una ventina di coppie a baciarsi davanti allo schermo in panne di un televisore, detto così fa ridere, ma il risultato era bello. Peccato che in seguito me ne sia dimenticata, di come si potesse fare fotografia anche così. Per cui per anni ho rincorso ambizioni da fotogiornalista senza grande successo e finalmente adesso ho smesso di rincorrere le cose. L’ultimo commissionato è stata una serie di ritratti di persone comuni per Vanity Fair, insieme alla mia socia di sempre, Elisabetta Cociani. Al momento mi sono messa a digiuno dal meccanismo ricerca-questua-dis/interesse perché stavo diventando matta. Magari le porte sbattessero, io trovo difficoltà anche solo a farmi aprire (leggi: rispondere alle mail)! Il discorso è: se non vado bene, amici come prima; ma se non ho nemmeno accesso all’esser vista con serietà, va beh... poi si sa, il mondo è pieno di fotografi, eccetera.


Che tipo di fotografia ti interessa e cerchi di fare? Sul tuo sito, il tuo portfolio è diviso in “esseri umani” e “storie” – è questo che fai, cercare e inseguire delle storie e fissare su pellicola delle immagini, dei momenti e dei volti che hanno qualcosa da raccontare a chi si troverà a guardare la foto?




Provo a far emozionare le persone, o farle pensare. Cerco di comunicare quello che è sospeso, invisibile. Di sicuro è una sfida. Mi interessa di più un certo tipo di fotografia lenta e riflessiva in questo momento, per quanto ammiri moltissimo chi fa foto più "veloci". Si potrebbe dire che gran parte del mio lavoro abbia natura documentaria. Bisogna capirsi sul significato che si dà alla parola “storie”: a volte le storie sono anche nella propria testa, e quelle sì che sono difficili da comunicare. Quando la fotografia scivola verso il concettuale, se non si è attenti e consapevoli, si rischia il ridicolo, o il cliché. Ritengo che con quella di carattere fotogiornalistico invece il rischio più grosso sia la noia, l’usura.


Quindi narrazione e story telling sono importanti per te in un linguaggio come quello fotografico?

Di sicuro. Ma lo storytelling è un pozzo da esplorare, il racconto umano è fatto di tante cose, a me la fotografia non basta, né quando la guardo, né quando la faccio. Credo fermamente che si debba  prima di tutto sapere (conoscere) molto altro per comunicare qualcosa che abbia una sostanza, e che  a volte servano altri mezzi e perché no, più persone.




Come nasce un tuo servizio? Hai delle tematiche che ti interessano, che preferisci, che ti ossessionano e che vuoi a tutti i costi raccontare? C'è un minimo comune denominatore che collega i tuoi lavori?

Il minimo comune denominatore... sono io. Mi ci sono voluti anni per venire a patti con questo, e riemergere di nuovo attraverso le foto che facevo. Curiosamente, o forse no, i miei “servizi” nascono da tutto fuorché dalla fotografia. Sono una spugna, in costante ascolto di quello che ho intorno: libri, articoli, conversazioni, musica, e tanta radio. A volte basta una frase e si avvia come una valanga dentro di me. Ma sono lentissima, per cui ci sono idee che cullo da anni e delle quali ancora non ho mai parlato con nessuno. E siccome sono discontinua, forse è discontinuo anche il mio lavoro.


Qual è il lavoro che consideri il migliore tra quelli che hai fatto, o quello a cui sei più legata?

Direi LU. Credo sia un nuovo punto di partenza per me come fotografa. È la prova costante che mi ricorda che non sono fotogiornalista, ma che posso raccontare le cose a modo mio. Stacca tutto il resto con una bella falcata, e va bene così. Quando farò il nuovo sito, sarà una delle poche cose che resterà in piedi. Oltretutto averlo messo in un libro mi ha aiutata a capire che fine volevo facesse. Prima di LU però c’è Yellow and Blue. Con quello mi sono detta: sei libera.




Quali sono le difficoltà del fare la fotografa? Con che cosa ci si scontra quotidianamente? Si riesce a campare di sola fotografia e a pagarci le bollette?

Personalmente non ci riesco, ma si può riuscire. Tralasciamo le lamentele, che tanto sono cose che sanno tutti, ma veramente tutti, se si ha un minimo di onestà intellettuale. Per quanto mi riguarda la fotografia è un’ossessione, una malattia, e questo è il bello e il brutto. Permea qualsiasi momento della mia vita. Ultimamente ho insegnato italiano agli stranieri, è stata una tale boccata d’aria che credo sarebbe una buona idea specializzarsi in quello, e lo farò. Poi si vedrà.


Parliamo del collettivo MICRO e del progetto Voices from ITALY, di cui sei co-fondatrice. Perché avete sentito il bisogno di creare un collettivo? E qual è lo scopo del progetto?

Quando ho scoperto il Fifty States Project, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto fare la stessa cosa in Italia, e una volta tanto sono stata fulminea a contattare Pilkington. Non è certo la prima volta che con gli altri proviamo a mettere in piedi qualcosa sull’Italia, ma ogni volta si scontrava con difficoltà oggettive dovute all’organizzazione, la partecipazione, la comprensione. La formula di Pilkington mi è sembrata ideale, e lui ha avuto la generosità di darci l’ok immediatamente. Lo scopo ideale sarebbe quello di portare i fotografi italiani al confronto con i progetti fatti negli altri pesi, costringerli a scoprirsi con le loro forze e debolezze. Provare a presentare l’Italia in un altro modo. Di certo l’idea di base è fare qualcosa di internazionale.
MICRO nasce da premesse simili, io parlo per me: ho sempre sentito il bisogno di condivisone, ma è cosa rara. Ed è difficile. Non è un caso che Micro venga allo scoperto coinvolgendo altre diciassette persone. Voglio dire, avremmo anche potuto farlo tutto noi, ma non abbiamo voluto, non avrebbe avuto alcun senso (oltre alla considerazione ovvia che sarebbe stato diverso dagli altri, ma anche più gestibile). Io vedo MICRO come il quartier generale a cui fare metaforicamente ritorno, ovunque vada.





All'interno di Voices From Italy ti è toccata la Toscana, ovviamente perché sei toscana di nascita. Ci sono regioni italiane – penso al Friuli, al Piemonte, alla Basilicata – per cui l'appartenenza è radicale e radicata, ed è forte e viscerale anche per chi magari è andato poi ad abitare altrove, tu come la vivi la tua appartenenza regionale?

Domanda spinosa. Rischio di farmi ancora più nemici di quanti me ne sia già fatti col mio statement, che comunque non era negativo, ci tengo a dire. Partiamo dall’assunto che la Toscana a suo modo è un luogo comune: bella da morire, ricca, democratica, si mangia bene. Una delle frasi che si sentono di più è “Come si sta bene qui, non si sta bene da nessuna parte!” Diciamo che per me non è così, io sto bene anche altrove. Alcuni dei miei migliori amici sono lì, i miei invecchiano, e quindi ora ci torno più spesso rispetto a qualche anno fa. Ma la sensazione da cane sciolto rimane, e del resto non raccolgo pacche sulle spalle ogni volta che dico che abito a Milano, e che per giunta mi piace. Mi viene anche detto che nel mio essere caparbia, polemica, anticlericale, a tratti eccentrica, io sono toscanissima. È più che probabile. C’è una cosa che voglio dire e che non ho detto nello statement però, perché era intraducibile: quello che detesto di più è il cattocomunismo e quello che più mi manca è la schiacciata che fanno alcuni fornai di Prato.




Danilo Deninotti, lavora nel mondo della comunicazione

giovedì 12 agosto 2010

L'ARCHITETTURA DELL'ANIMA NEL PAESAGGIO DI CLAUDIO SABATINO di Chiara Caratti

La casa di Claudio e sua moglie Simona parla immediatamente della Campania: offrono cibo napoletano e in soggiorno è appesa un’enorme e preziosa veduta di Napoli di Gabriele Basilico.


C.C: Abiti a Milano da oltre dieci anni, ti mancano Pompei e Napoli?

C.S: Senz’altro. Sono i posti in cui sono vissuto per molti anni a cui sono molto legato. Ma, grazie a Milano, la mia vita è cambiata in meglio, perché è una città aperta, che offre molte possibilità e spunti. A me ha dato l’opportunità di incontrare e coltivare rapporti umani che mi hanno fatto crescere molto.


Strana quest’affermazione per un uomo del Sud. Milano è spesso vista come una città diffidente e chiusa.

Per me non è stato così. Certamente Napoli ha tante attrattive, basti pensare al clima e al cibo! Napoli però è anche una città dura e caotica. E’ viva, ma è un posto molto complesso in cui vivere.


Lo dimostri, infatti, nella tua foto della campionessa di pugilato.

Faccio una premessa: mi considero un fotografo di paesaggio, ma anche il ritratto è un tema che mi appartiene molto. Non mi piace ragionare a compartimenti stagni perchè siamo sempre nell’ambito della visione.
Riguardo a Marzia, sono stato subito colpito dalla dolcezza del suo sguardo, in contraddizione con il suo ruolo di campionessa mondiale di pugilato e in contrasto con la violenza che questo sport comporta. Lei è la rappresentazione di quanto sia difficile vivere a Napoli. La palestra è di suo padre ed è visibilmente scarna,  accessoriata dell’indispensabile. Lei è la dimostrazione di come si possa diventare se stessi nonostante questa pochezza di mezzi, portando il minimo possibile al suo massimo.


Mi dicevi che tu sei un fotografo di paesaggio. Quando hai capito di esserlo?

Mi sono laureato in architettura. Ho sempre desiderato fare l’architetto e ho sempre immaginato che da grande avrei fatto questo. E con gioia e passione ho studiato per diventarlo. La fotografia è subentrata proprio in questi anni, prima come necessità tecnica per esigenze di studio, poi per la passione per l’immagine che cresceva anche grazie ad Alberto Ferlenga, il docente con cui mi sono laureato, che era riuscito a creare intorno a sé un gruppo di studenti interessati a discipline diverse, tra cui cinema e fotografia. Molto importante è stato quindi l’incontro in quegli anni con altri fotografi con i quali ho condiviso i primi passi nel mondo della fotografia. In quella pseudo-factory si sono creati collegamenti molto interessanti per la mia formazione e la mia passione per l’architettura è quindi sfociata naturalmente nella fotografia.




Le tue foto riflettono quest’approccio apparentemente razionale: sono nitide, frontali, per nulla estetizzate. Spesso fanno parte di ricerche composte da foto seriali: stesso tipo di oggetto fotografico, rappresentato con lo stesso punto di vista e con la stessa tecnica. A te cosa emoziona di un paesaggio?

Mi emoziona il paesaggio della trasformazione, mi emoziona il paesaggio urbano quando si manifesta con la sua complessità e con le sue contraddizioni: le grandi metropoli come Las Vegas, Tokyo, Shangai… Mi attraggono la loro energia in continua trasformazione, dove il tempo e gli spazi del quotidiano di ognuno si sovrappongono creando abitudini e habitat diversi. All’opposto, mi emoziona il ‘paesaggio minimo’, quello poco disegnato, che è in periferia ma è comunque molto vicino al centro della città (per disegnato intendo che è poco disegnato urbanisticamente e quindi spontaneo). Il paesaggio del bordo della città, delle zone di confine. 





In senso più generale comunque, sono lontano dal tipo di fotografia che deve emozionare a tutti i costi e dev’essere sensazionale. Mi riconosco più nel fotografo che tenta di capire con un’indagine e che si annulla di fronte a ciò che ritrae, piuttosto che in un fotografo che scatta delle immagini che hanno la presunzione di spiegare agli altri ciò che è l’esperienza umana. Non credo neanche al fotoreporter che scatta cogliendo l’attimo decisivo, perché  credo di più nel valore del progetto fotografico: leggere e studiare i luoghi prima di andare a fotografarli, capire i temi da approfondire e svilupparne una serie mirata. Spesso ricomincio le mie ricerche fotografiche partendo da alcune immagini che ho scattato in passato e che funzionano da promemoria, perché contengono elementi interessanti che voglio analizzare meglio.
Ho quest’approccio per quasi tutti i miei progetti: declino la stessa modalità di lavoro su diversi oggetti. Proprio come fa un architetto, che sviluppa la sua metodologia progettuale ed estetica su luoghi differenti.


Quali per esempio?

Nella ‘Mano del Santo’ ho fotografato le statue votive della provincia di Napoli, tutte dallo stesso punto di vista: frontale, con ‘il santino’ al centro, con un chiaro riferimento alla fotografia tedesca.  In questo modo il fotografo si annulla portando l’attenzione sull’operazione concettuale. La Bellezza della foto diventa quindi secondaria rispetto all’importanza del progetto. Paradossalmente, avendo scelto questa impostazione, potrei chiedere a un’altra persona di scattare la foto! Volevo puntare l’attenzione sugli edifici che si svelano dietro al Santo, così che la statua votiva diventa un traguardo ideale per guardare il paesaggio sociale circostante.
In un altro progetto in cui ho ritratto invece luoghi archeologici, come Pompei, Baia e Bacoli, ho approfondito la relazione tra spazi archeologici e costruzioni recenti. E con lo stesso presupposto di metodo applicato nella ‘Mano del Santo’ ho cercato di evidenziare come il paesaggio moderno tenda a schiacciare e a soffocare quello antico.





Prima hai citato la bellezza di una fotografia. Per te, cos’è una bella foto?

Rispondo citando una riflessione di una figura determinante nella storia della fotografia che è Robert Adams: se la funzione dell'atto fotografico diventa quella di documentare la forma sottesa al caos apparente del reale, una bella fotografia è un’immagine capace di svelare la testarda bellezza dei luoghi, e di ricreare un nuovo ordine estetico capace di mettere in relazione il fotografo con il mondo circostante.


Ho scoperto che insegni fotografia e hai tenuto corsi in Brera, alla Naba, al Politecnico e in altre strutture. Quali sono le curiosità dei tuoi studenti?

La loro curiosità è spesso rivolta al metodo per costruire un linguaggio. Ed è una curiosità che posso soddisfare solo parzialmente perché ognuno di loro deve trovare la propria strada. Io posso solo trasmettere la mia tecnica, il mio metodo, ma mi devo fermare qui. Gli studenti il più delle volte affrontano questo percorso secondo una dinamica perfettamente in linea con i tempi di oggi: hanno la difficoltà di mettersi alla prova per sperimentarsi e conoscersi, per ottenere un risultato che si vedrà sul lungo termine. Dall’altro lato però, hanno un grande entusiasmo di cambiare la loro vita grazie alla fotografia, e questo mi gratifica molto.

Chiara Caratti, photoeditor di Cosmopolitan