Micro e Andrea Delle Case presentano VoicesMag., magazine online che continua l'avventura del progetto Voices from Italy. L’idea è quella di raccogliere intorno ad un unico tema, ampio e declinabile, materiale fotografico, ma anche testi, interviste, materiale multimediale e illustrazioni. Il primo Focus è "La Famiglia", la prima Storia in evidenza è "Attraverso la finestra" di Giorgio Barrera, e per Voices from Ed Thompson ha proposto "Nuclear families", buona visione.
giovedì 12 gennaio 2012
lunedì 17 ottobre 2011
SGUARDO CONTEMPORANEO
Segnaliamo su "SGUARDO CONTEMPORANEO" il bell'articolo di Valeria De Berardinis sul progetto Voices From Italy.
mercoledì 7 settembre 2011
VOICES FROM ITALY A FOTOLEGGENDO
Voices from Italy sarà proiettato a FotoLeggendo
sabato 8 ottobre 2011 alle 17.30 nella sala conferenze dell'ISA,
via del Commercio 13, Roma.
Vi aspettiamo!
sabato 16 aprile 2011
MICROCOSMO/MACROCOSMO: IL MONDO DI IVANO TRABALZA di Maura Dettoni
M.D: Ho visto che hai girato moltissimo per lavoro e allo stesso tempo hai fatto molto per la tua città. Com'è essere su una barca a pescare pesce in Mauritania e poco dopo a Spoleto, a fotografare la città?
I.T: Trovo sia perfetto passare da una barca di pescatori mauritani a Spoleto per un lavoro con il Festival Dei Due Mondi. Fare sempre la stessa cosa dopo un po' mi annoia, cambiare spesso soggetto e finalità del lavoro a me aiuta tanto. Essendo un fotografo autodidatta ogni nuovo lavoro è una sfida con me stesso e mi aiuta mettermi costantemente alla prova. Ora per esempio sono appena tornato da Miami, dove ho realizzato un servizio di moda e tra una settimana andrò in un super carcere a fotografare dei detenuti che realizzano borse da vendere online. Cambiare così tanto lavori e luoghi mi da la possibilità di vedere realtà diverse e di conoscermi meglio: un pescatore della Mauritania mi trasmette delle sensazioni mentre un detenuto o una modella me ne danno altre; è questa una delle cose più bella del mio lavoro, conoscere me e gli altri.
Ho visto i numerosi lavori che hai svolto per e nella città di Spoleto, ci sono stata questa estate per la prima volta e mi è piaciuta molto, non ero mai stata in Umbria e in qualche modo me l'aspettavo completamente diversa da come l'ho trovata: fresca, viva e sopratutto incontaminata. Forse da un fotografo ci si aspetta che lavori in una grande città, mentre tu sei rimasto "fedele" alla tua città natale. Qual è la cosa che piu apprezzi della tua città e dell'Umbria?
Della mia città mi piace una cosa sopratutto: è piccola ma abbastanza conosciuta. Per esempio la prima volta che sono stato negli Stati Uniti quando mi chiedevano da quale parte dell'Italia venivo, rispondevo sempre “Spoleto vicino Roma” ma molti mi rispondevano "ah, Spoleto! La conosco per il Festiva Dei Due Mondi, ci sono stato...." e dire che io sono il fotografo ufficiale del Festival, cosa che ovviamente mi da grandissima soddisfazione.
Ho documentato i grossi cambiamenti come le scale mobili e i parcheggi sotterranei ed è una cosa che mi fa piacere perché so che quegli scatti diventeranno foto storiche di un periodo importante e di cambiamento della mia città.
Poi adoro tantissimo il clima, la montagna, il verde...non riuscirei mai a vivere in una grande città, sono un appassionato di arrampicata su roccia e di parapendio e vivendo qui appena ho mezza giornata libera ne posso approfittare.
Quando capita di uscire ti conosci quasi con tutti e questa cosa a me piace.
Comunque ho la fortuna di fare un lavoro che mi permette di viaggiare e conoscere altre culture e altre città ma sono sempre più convinto che vivere in mezzo al verde è la mia dimensione, con i mezzi che ci sono adesso non c'è bisogno di vivere nelle grandi città per fare il fotografo.
Hai sicuramente avuto la possibilità di vedere tantissime realtà diverse, dall'Africa all'America. Qual è il posto che più ti porti dentro? E banalmente quello che invece meno ti ha dato?
Non mi sento di portare dentro un posto più di un altro, sicuramente l'Africa è il posto dove sono stato più volte (l'ultima volta in macchina Spoleto – Dakar, quasi 10.000 KM) sono stato in Senegal, Mauritania, Mali, Marocco e Sud Africa. Ma non perché in Africa ci sono stato più volte mi piace di più del Nepal o degli Stati Uniti.
Ognuno dei posti che ho visitato, sia per lavoro o semplicemente per fare delle foto, ha una sua cultura, terra ecc. a me piace questo: vedere e conoscere tutto quello che si può.
Mi hai detto che sei un fotografo autodidatta, come ti sei avvicianto alla fotografia e come sei arrivato fino a qua?
Si, sono autodidatta e ancora devo fare tanta strada per essere un bravo fotografo - sempre se mai lo diventerò..
Penso di essermi avvicinato alla fotografia nel modo più classico: mio padre aveva una Nikon FE con un 50mm che non usava più, avevo 20 anni e da li mi è presa la curiosità di imparare ad usarla. Qualche mio amico mi ha spiegato un po' di cose e in più ho letto un manuale di fotografia.
Ho poi iniziato a collaborare per un piccolo studio a Spoleto e nel frattempo ero un operaio turnista in una fabbrica, prima ancora ero muratore e prima ancora idraulico...sì, ho iniziato a lavorare prestissimo, avevo solo 16 anni.
A 25 anni finalmente ho preso coraggio e mi sono detto “voglio provare a fare una cosa che mi piace fare”, così mi sono licenziato, perché in fabbrica davvero faticavo a lavorare.
Ho trovato una storia da raccontare "Le vie del pesce" ho cercato i contatti e sono partito e da lì altre storie, molte le ho pubblicate in qualche settimanale mentre altre sono rimaste nel cassetto.
Non riesco a vivere solo di reportage e dunque mi sono buttato nel commerciale: matrimoni, moda, corporate, ecc. ma sempre cercando di mantenere il mio stile reportagistico e non abbandonando mai i miei progetti.
Cosa ti aspettavi da Voices from Italy quando ti hanno chiesto di collaborare? Cosa ne pensi ora del risultato, dell'intero progetto?
Quando mi hanno contattato per collaborare con Voicec from Italy sinceramente non mi ero dato delle aspettative, mi è piaciuta l'idea e ho accettato. Adesso che riguardo tutto il lavoro finito è interessante. Ammiro molto tutto il lavoro fatto dai ragazzi di MICRO.
Come hai affrontato i diversi temi? quale ti è stato piu semplice affrontare? Quali "storie" ci sono dietro?
I diversi temi li ho sviluppati sopratutto utilizzando materiali che già avevo, per i temi “Work” e “People” sono stato sicuramente facilitato dal fatto che sono temi che ho affrontato molto spesso e che a me stanno molto a cuore.
Maura Dettoni si occupa di catalogazione fotografica e lavora in una biblioteca
I.T: Trovo sia perfetto passare da una barca di pescatori mauritani a Spoleto per un lavoro con il Festival Dei Due Mondi. Fare sempre la stessa cosa dopo un po' mi annoia, cambiare spesso soggetto e finalità del lavoro a me aiuta tanto. Essendo un fotografo autodidatta ogni nuovo lavoro è una sfida con me stesso e mi aiuta mettermi costantemente alla prova. Ora per esempio sono appena tornato da Miami, dove ho realizzato un servizio di moda e tra una settimana andrò in un super carcere a fotografare dei detenuti che realizzano borse da vendere online. Cambiare così tanto lavori e luoghi mi da la possibilità di vedere realtà diverse e di conoscermi meglio: un pescatore della Mauritania mi trasmette delle sensazioni mentre un detenuto o una modella me ne danno altre; è questa una delle cose più bella del mio lavoro, conoscere me e gli altri.
Ho visto i numerosi lavori che hai svolto per e nella città di Spoleto, ci sono stata questa estate per la prima volta e mi è piaciuta molto, non ero mai stata in Umbria e in qualche modo me l'aspettavo completamente diversa da come l'ho trovata: fresca, viva e sopratutto incontaminata. Forse da un fotografo ci si aspetta che lavori in una grande città, mentre tu sei rimasto "fedele" alla tua città natale. Qual è la cosa che piu apprezzi della tua città e dell'Umbria?
Della mia città mi piace una cosa sopratutto: è piccola ma abbastanza conosciuta. Per esempio la prima volta che sono stato negli Stati Uniti quando mi chiedevano da quale parte dell'Italia venivo, rispondevo sempre “Spoleto vicino Roma” ma molti mi rispondevano "ah, Spoleto! La conosco per il Festiva Dei Due Mondi, ci sono stato...." e dire che io sono il fotografo ufficiale del Festival, cosa che ovviamente mi da grandissima soddisfazione.
Ho documentato i grossi cambiamenti come le scale mobili e i parcheggi sotterranei ed è una cosa che mi fa piacere perché so che quegli scatti diventeranno foto storiche di un periodo importante e di cambiamento della mia città.
Poi adoro tantissimo il clima, la montagna, il verde...non riuscirei mai a vivere in una grande città, sono un appassionato di arrampicata su roccia e di parapendio e vivendo qui appena ho mezza giornata libera ne posso approfittare.
Quando capita di uscire ti conosci quasi con tutti e questa cosa a me piace.
Comunque ho la fortuna di fare un lavoro che mi permette di viaggiare e conoscere altre culture e altre città ma sono sempre più convinto che vivere in mezzo al verde è la mia dimensione, con i mezzi che ci sono adesso non c'è bisogno di vivere nelle grandi città per fare il fotografo.
Hai sicuramente avuto la possibilità di vedere tantissime realtà diverse, dall'Africa all'America. Qual è il posto che più ti porti dentro? E banalmente quello che invece meno ti ha dato?
Non mi sento di portare dentro un posto più di un altro, sicuramente l'Africa è il posto dove sono stato più volte (l'ultima volta in macchina Spoleto – Dakar, quasi 10.000 KM) sono stato in Senegal, Mauritania, Mali, Marocco e Sud Africa. Ma non perché in Africa ci sono stato più volte mi piace di più del Nepal o degli Stati Uniti.
Ognuno dei posti che ho visitato, sia per lavoro o semplicemente per fare delle foto, ha una sua cultura, terra ecc. a me piace questo: vedere e conoscere tutto quello che si può.
Mi hai detto che sei un fotografo autodidatta, come ti sei avvicianto alla fotografia e come sei arrivato fino a qua?
Si, sono autodidatta e ancora devo fare tanta strada per essere un bravo fotografo - sempre se mai lo diventerò..
Penso di essermi avvicinato alla fotografia nel modo più classico: mio padre aveva una Nikon FE con un 50mm che non usava più, avevo 20 anni e da li mi è presa la curiosità di imparare ad usarla. Qualche mio amico mi ha spiegato un po' di cose e in più ho letto un manuale di fotografia.
Ho poi iniziato a collaborare per un piccolo studio a Spoleto e nel frattempo ero un operaio turnista in una fabbrica, prima ancora ero muratore e prima ancora idraulico...sì, ho iniziato a lavorare prestissimo, avevo solo 16 anni.
A 25 anni finalmente ho preso coraggio e mi sono detto “voglio provare a fare una cosa che mi piace fare”, così mi sono licenziato, perché in fabbrica davvero faticavo a lavorare.
Ho trovato una storia da raccontare "Le vie del pesce" ho cercato i contatti e sono partito e da lì altre storie, molte le ho pubblicate in qualche settimanale mentre altre sono rimaste nel cassetto.
Non riesco a vivere solo di reportage e dunque mi sono buttato nel commerciale: matrimoni, moda, corporate, ecc. ma sempre cercando di mantenere il mio stile reportagistico e non abbandonando mai i miei progetti.
Cosa ti aspettavi da Voices from Italy quando ti hanno chiesto di collaborare? Cosa ne pensi ora del risultato, dell'intero progetto?
Quando mi hanno contattato per collaborare con Voicec from Italy sinceramente non mi ero dato delle aspettative, mi è piaciuta l'idea e ho accettato. Adesso che riguardo tutto il lavoro finito è interessante. Ammiro molto tutto il lavoro fatto dai ragazzi di MICRO.
Come hai affrontato i diversi temi? quale ti è stato piu semplice affrontare? Quali "storie" ci sono dietro?
I diversi temi li ho sviluppati sopratutto utilizzando materiali che già avevo, per i temi “Work” e “People” sono stato sicuramente facilitato dal fatto che sono temi che ho affrontato molto spesso e che a me stanno molto a cuore.
Maura Dettoni si occupa di catalogazione fotografica e lavora in una biblioteca
venerdì 15 aprile 2011
VOICES FROM ITALY IN AREA PERGOLESI
Il 9 Marzo 2011 è stato presentato Voices From Italy a Milano, tante persone, tanti amici, una bellissima atmosfera. Collaborazione di persone in gamba e qui ringraziamo Domenico Stranieri, Gianmaria Carrara, Alberto Sala, Alessia Candita e Stefano Serra. Grazie a tutti per l'interesse, il sostegno, la prova che si può ancora fare fotografia in un modo serio e bello.
Ecco il video di Stefano Serra
http://www.youtube.com/watch?v=mDP23niAq80
...e alcune fotografie della serata (© Arianna Sanesi e Stefano Serra)
Ecco il video di Stefano Serra
http://www.youtube.com/watch?v=mDP23niAq80
...e alcune fotografie della serata (© Arianna Sanesi e Stefano Serra)
sabato 26 marzo 2011
"FUORI MISURA": IL RAPPORTO UOMO-AMBIENTE NELLA FOTOGRAFIA DI CLAUDIA CORRENT, di Edoardo Frittoli
E.F: Rapporto uomo territorio in cui è l’ambiente a prevalere, mentre l’elemento umano sembra quasi una parte del territorio stesso, un “dettaglio”. E’ vero?
C.C: Si sicuramente! In alcune foto voglio che sia l'ambiente a essere il punto principale della scena, anche se l'elemento umano rimane comunque e deve rimanere.
Dalle tue immagini si direbbe che la crescita e la trasformazione di certi spazi urbani di periferia sembrano addirittura avere soffocato il ruolo primario della popolazione, diventando il territorio stesso l’elemento principale delle tue fotografie.
Credo che ci sia un problema di disconoscimento tra l'uomo e l'ambiente in cui vive.
Mi spiego: non c'è neanche a Bolzano, città definita ecocompatibile , una partecipazione attiva nel pensare e costruire certe periferie. Non parlo di antipaesaggi, ma di scontro tra persone e cose, una non comprensione del territorio che si abita.
Quindi quello che rimane, alla fine, sono le strutture, le case e i topoi classici dell'architettura. Le persone in effetti scompaiono, diventando piccole e non è un caso.
Quanto incide nella scelta dei soggetti la componente multietnica e multiculturale?
Vengo da una terra che per eccellenza è multiculturale, lavoro a contatto con ragazzi di diverse regioni del mondo come educatore in un centro giovani, e quindi l'incontro tra lingue, persone e culture mi appartiene. Raccontare le persone è raccontare quel pezzo di mondo e quindi mi interessano i ritratti proprio per questo.
Sei stata direttamente influenzata dal dualismo linguistico e culturale della tua regione?
Si sicuramente! É impossibile non rimanere coinvolti dal dualismo vivendo in Alto Adige!
Tutto è separato, dai cartelli italiani e cartelli tedeschi nelle strade di montagna, alle scuole divise a seconda del gruppo linguistico e così via.
I 150 anni di Unità italiana sono stati in questi giorni motivo di discussione tra la popolazione italiana e tedesca, quindi l'Alto Adige è fortemente caratterizzato da questo. Ma d'altro canto il discorso dell'identità non è mai assolutamente dato e questa è la particolarità di questa regione.
Le espressioni rilassate nei volti delle famiglie ritratte nei dittici del quartiere Firmian lasciano intravedere una speranza di un’integrazione futura?
Mi auguro di si! Intervistando le persone è emerso che oltre a dei disagi che riguardano scelte provinciali (troppe famiglie, mancanza di strutture) sono contenti di vivere in un nuovo quartiere e in nuove case e sono fiduciosi che nel tempo questo tipo di disagi verranno sistemati.
Bolzano oltretutto è una città piccola e ricca, Firmian non è assolutamente paragonabile a altre periferie italiane. Qui abbiamo un controllo sul disagio e contributi che spaziano dalla casa (affittata o comprata) a contributi di disoccupazione e del minimo vitale.
Ci vuole solo tempo e altri servizi sono già in fase di progettazione.
Firmian è interessante anche per questo: una realtà che rispecchia la regione.
La divisione si ritrova in un quartiere multietnico e vario. Anche se da questo tipo di dialettica può emergere forse una coesione e una riappropriazione del paesaggio.
Nel tuo portfolio di immagini di viaggio, la prospettiva sembra cambiare: dall’indagine socio-culturale ad un’attenzione al dettaglio con un tocco ironico “kitsch” che può ricordare Martin Parr.
Due stili e due anime della stessa autrice?
Direi di si, dipende da quello che mi interessa di volta in volta.
Adoro l'ironia di Parr nell'analizzare i costumi e la società e il rapporto delle persone con il tempo libero, le vacanze e altro. Cerco di riprodurre quando riesco un tipo di sguardo similare.
Dall'altra però mi interessa anche uno sguardo più attento alle trasformazioni sociali e culturali e quindi un'indagine che vada verso questa direzione.
Edoardo Frittoli, photoeditor di Panorama Economy
C.C: Si sicuramente! In alcune foto voglio che sia l'ambiente a essere il punto principale della scena, anche se l'elemento umano rimane comunque e deve rimanere.
Dalle tue immagini si direbbe che la crescita e la trasformazione di certi spazi urbani di periferia sembrano addirittura avere soffocato il ruolo primario della popolazione, diventando il territorio stesso l’elemento principale delle tue fotografie.
Credo che ci sia un problema di disconoscimento tra l'uomo e l'ambiente in cui vive.
Mi spiego: non c'è neanche a Bolzano, città definita ecocompatibile , una partecipazione attiva nel pensare e costruire certe periferie. Non parlo di antipaesaggi, ma di scontro tra persone e cose, una non comprensione del territorio che si abita.
Quindi quello che rimane, alla fine, sono le strutture, le case e i topoi classici dell'architettura. Le persone in effetti scompaiono, diventando piccole e non è un caso.
Quanto incide nella scelta dei soggetti la componente multietnica e multiculturale?
Vengo da una terra che per eccellenza è multiculturale, lavoro a contatto con ragazzi di diverse regioni del mondo come educatore in un centro giovani, e quindi l'incontro tra lingue, persone e culture mi appartiene. Raccontare le persone è raccontare quel pezzo di mondo e quindi mi interessano i ritratti proprio per questo.
Sei stata direttamente influenzata dal dualismo linguistico e culturale della tua regione?
Si sicuramente! É impossibile non rimanere coinvolti dal dualismo vivendo in Alto Adige!
Tutto è separato, dai cartelli italiani e cartelli tedeschi nelle strade di montagna, alle scuole divise a seconda del gruppo linguistico e così via.
I 150 anni di Unità italiana sono stati in questi giorni motivo di discussione tra la popolazione italiana e tedesca, quindi l'Alto Adige è fortemente caratterizzato da questo. Ma d'altro canto il discorso dell'identità non è mai assolutamente dato e questa è la particolarità di questa regione.
Le espressioni rilassate nei volti delle famiglie ritratte nei dittici del quartiere Firmian lasciano intravedere una speranza di un’integrazione futura?
Mi auguro di si! Intervistando le persone è emerso che oltre a dei disagi che riguardano scelte provinciali (troppe famiglie, mancanza di strutture) sono contenti di vivere in un nuovo quartiere e in nuove case e sono fiduciosi che nel tempo questo tipo di disagi verranno sistemati.
Bolzano oltretutto è una città piccola e ricca, Firmian non è assolutamente paragonabile a altre periferie italiane. Qui abbiamo un controllo sul disagio e contributi che spaziano dalla casa (affittata o comprata) a contributi di disoccupazione e del minimo vitale.
Ci vuole solo tempo e altri servizi sono già in fase di progettazione.
Firmian è interessante anche per questo: una realtà che rispecchia la regione.
La divisione si ritrova in un quartiere multietnico e vario. Anche se da questo tipo di dialettica può emergere forse una coesione e una riappropriazione del paesaggio.
Nel tuo portfolio di immagini di viaggio, la prospettiva sembra cambiare: dall’indagine socio-culturale ad un’attenzione al dettaglio con un tocco ironico “kitsch” che può ricordare Martin Parr.
Due stili e due anime della stessa autrice?
Direi di si, dipende da quello che mi interessa di volta in volta.
Adoro l'ironia di Parr nell'analizzare i costumi e la società e il rapporto delle persone con il tempo libero, le vacanze e altro. Cerco di riprodurre quando riesco un tipo di sguardo similare.
Dall'altra però mi interessa anche uno sguardo più attento alle trasformazioni sociali e culturali e quindi un'indagine che vada verso questa direzione.
Edoardo Frittoli, photoeditor di Panorama Economy
martedì 22 marzo 2011
FABRIZIO GIRALDI: INTERVISTA A UN DIVORATORE DELLA VISIONE, di Lorenza Orlando
L.O: Sono circa otto mesi che dobbiamo fare questa intervista e non ci riusciamo ... hai lavorato molto nell'ultimo anno?
F.G: Troppi mesi per rispondere a qualche domanda! Il 2010 è stato clemente, ho fatto più di quanto mi aspettassi, mi sono spostato molto per lavoro anche in paesi che non speravo, vedi Giappone e nell’ultimo periodo India, portando a casa molto materiale, e molto materiale per me vuol dire molto esercizio.
Conosci nella rivista FOAM la rubrica "on my mind": viene chiesto a vari curatori, galleristi, direttori di agenzia, editori di descrivere la fotografia che hanno più spesso avuto in mente nell'ultimo periodo. La rivolgo a te.
FOAM, rivista che ammiro moltissimo per i suoi contenuti e per la cura che dimostrano nell’accostare immagine e grafica, quindi come potrai capire da questa introduzione conosco la rubrica ‘on my mind'.
Gyorgy Kepes dedicò un libro alla “grammatica e sintassi della visione”, cito questa frase perchè sono un grande ‘divoratore della visione’, oltre a guardare ed editare le mie immagini analizzo quotidianamente quelle degli altri per sviluppare una sorta di critica visiva, per essere severo con i miei lavori e capire l’immagine contemporanea.
Ciononostante però spesso le immagini più ricorrenti nella mia mente sono quelle dei quadri ottocenteschi, dove composizione, luci e forme sono così ben pensate e calibrate che non serve la penna rossa per evidenziare l’errore.. non c’è!
Quali magazine di fotografia leggi? Quali ti piacciono? Quando li leggi?
Non sono un gran lettore ma amo ‘leggere’ immagini, quindi da ogni luogo che visito porto via con me magazine fotografici, li ritengo uno sguardo più ampio sul mondo dell’immagine a differenza dei libri monografici.
Nelle cassette di frutta che uso come libreria, puoi trovare FOAM, DU, PRIVATE, RVM, OJODEPEZ, FOTO8 e numerosi magazine che spesso guardo nei momenti di calma. Gli dedico il tempo dovuto, magari con un bicchiere di vino e discutendone con qualcuno.
E on line, come ti informi? Cosa guardi?
Web, lo ritengo il cantastorie contemporaneo ed è il mio primo strumento di lavoro per trovare notizie, che poi a tavolino studio e valuto se possano funzionare come concept di reportage, o mi aiuta a capire se le news che ho trovato sono già state documentate.
Ritengo che in questo periodo dove i giornali si sfogliano e si riempiono sempre di più di pubblicità una soluzione giusta sia quella di proporre riviste in formato pdf, ti porto l’esempio di PUNCTUM o FOAM.
Per quali pubblicazioni vorresti tanto lavorare e per quali hai lavorato con grande soddisfazione?
E per quale pubblicazione web ?
Ho lavorato per diverse testate, ma apprezzo moltissimo quelle che hanno una buona gestione dell’impaginato e non hanno bisogno di tagliare le immagini per esigenze di griglia. Trovo assurdo che la composizione fotografica decisa dall’autore sia trasformata per esigenze editoriali. Aspirazione di molti sono le grandi testate come il Newsweek o il Time, irraggiungibili e lontane dalle cose che ho prodotto e che produco. Francamente penso di parlare a nome di un gran numero di fotografi dicendo che la speranza sia di pubblicare i lavori fatti che non hanno mai trovato spazio perchè lavori scomodi, storie di sfigati o storie troppo di nicchia.
Credo che il web oggi sia una buona vetrina per farsi conoscere, ma per ora non ho fatto proposte ancora a nessun web magazine; mi piacerebbe confrontarmi con chi lo fa.
Anche fare una foto per 'Voices from Italy' è un assignment.
Quali sono le differenze nel processo di lavoro, dalla richiesta alla consegna... del tuo
ultimo assignment, ad esempio, e del lavoro che svolgi per 'Voices from Italy'?
'Voices from Italy' ritengo sia una di queste vetrine, un bel progetto al quale (anche se con ritardi) ho preso parte. Ogni richiesta/assignment strutturata in diversi temi era stimolante e obbligava a fermarsi cercando di capire quale immagine poteva rappresentare la mia regione.
Le immagini che hai dato, sembrano le risposte perfette a delle domande a trabocchetto. I temi People, Habitat, Landscape, Common Place per testimoniare la personalità di uno spazio geografico sono molto ampi....
Calza bene la parola personalità, ti dirò che spesso mi sono interrogato, penso come gli altri, su come potevo tradurre in immagine una parola, le prime tre erano facili ma Common Place e Miracolo Italiano erano ostacoli, sfide che ho affrontato non lavorando sul territorio ma sul mio archivio che avevo dietro con me in India.
Quando voices era on line con solo un tema, non riuscivo a cogliere la personalità della regione e del fotografo.
Ora (dicembre 2010) con 5 immagini , anche la singola immagine prende più significato...il filo rosso (della regione di provenienza) inizia come a raccontare una storia.
Qualche anno fa ho fotografato Maria Lai, un’artista sarda. Mi raccontava di un’installazione che da giovane aveva fatto nel suo paese, un filo che correva di casa in casa unendo gente, luoghi, spazi, per creare un momento, un ricordo. Mi piace pensare che voices ci abbia chiesto di fare la stessa cosa, toccava ad ognuno di noi tendere il filo rosso per definire un’identità.
Il lavoro di fotografo necessita di una grande dose di improvvisazione. E come in ogni disciplina, la migliore improvvisazione deve anche basarsi su grande tecnica e su regole e schemi. Vuoi svelarci alcune delle tue regole o schemi?
Improvvisazione! Preferisco pensare all’unione di corpo anima e mente, questo è uno dei principi del karate e credo valga anche in fotografia. Ho adottato come regola un insegnamento datomi da una persona che oggi non c’è più, impara la tecnica e poi dimenticala per essere libero di esprimere te stesso!
Mi è capitato di stampare una tua immagine per una collettiva di Luz e ero felice di trovare un file a 16 bit. La definizione del tuo file era ottima e anche la lavorazione. Tieni tutti i file a 16 bit? Da quando e perché?
Ho molta cura del mio archivio, questa è un’altra regola che mi sono dato quando ho deciso che la fotografia sarebbe stato il mio lavoro. Oggi non scendo più in cantina a stampare, ma ho imparato ad utilizzare credo, nel migliore dei modi, i programmi che abbiamo a disposizione per gestire questi 01 impalpabili, quindi traggo vantaggio anche dei 16 bit.
Ho avuto molti maestri che nel tempo hanno ‘ceduto’ il loro sapere ad un giovane che credeva e tuttora crede in quello che sta facendo, c’è stato chi mi ha insegnato anche questo!
Lorenza Orlando, responsabile The Photographers' room
F.G: Troppi mesi per rispondere a qualche domanda! Il 2010 è stato clemente, ho fatto più di quanto mi aspettassi, mi sono spostato molto per lavoro anche in paesi che non speravo, vedi Giappone e nell’ultimo periodo India, portando a casa molto materiale, e molto materiale per me vuol dire molto esercizio.
Conosci nella rivista FOAM la rubrica "on my mind": viene chiesto a vari curatori, galleristi, direttori di agenzia, editori di descrivere la fotografia che hanno più spesso avuto in mente nell'ultimo periodo. La rivolgo a te.
FOAM, rivista che ammiro moltissimo per i suoi contenuti e per la cura che dimostrano nell’accostare immagine e grafica, quindi come potrai capire da questa introduzione conosco la rubrica ‘on my mind'.
Gyorgy Kepes dedicò un libro alla “grammatica e sintassi della visione”, cito questa frase perchè sono un grande ‘divoratore della visione’, oltre a guardare ed editare le mie immagini analizzo quotidianamente quelle degli altri per sviluppare una sorta di critica visiva, per essere severo con i miei lavori e capire l’immagine contemporanea.
Ciononostante però spesso le immagini più ricorrenti nella mia mente sono quelle dei quadri ottocenteschi, dove composizione, luci e forme sono così ben pensate e calibrate che non serve la penna rossa per evidenziare l’errore.. non c’è!
Quali magazine di fotografia leggi? Quali ti piacciono? Quando li leggi?
Non sono un gran lettore ma amo ‘leggere’ immagini, quindi da ogni luogo che visito porto via con me magazine fotografici, li ritengo uno sguardo più ampio sul mondo dell’immagine a differenza dei libri monografici.
Nelle cassette di frutta che uso come libreria, puoi trovare FOAM, DU, PRIVATE, RVM, OJODEPEZ, FOTO8 e numerosi magazine che spesso guardo nei momenti di calma. Gli dedico il tempo dovuto, magari con un bicchiere di vino e discutendone con qualcuno.
E on line, come ti informi? Cosa guardi?
Web, lo ritengo il cantastorie contemporaneo ed è il mio primo strumento di lavoro per trovare notizie, che poi a tavolino studio e valuto se possano funzionare come concept di reportage, o mi aiuta a capire se le news che ho trovato sono già state documentate.
Ritengo che in questo periodo dove i giornali si sfogliano e si riempiono sempre di più di pubblicità una soluzione giusta sia quella di proporre riviste in formato pdf, ti porto l’esempio di PUNCTUM o FOAM.
Per quali pubblicazioni vorresti tanto lavorare e per quali hai lavorato con grande soddisfazione?
E per quale pubblicazione web ?
Ho lavorato per diverse testate, ma apprezzo moltissimo quelle che hanno una buona gestione dell’impaginato e non hanno bisogno di tagliare le immagini per esigenze di griglia. Trovo assurdo che la composizione fotografica decisa dall’autore sia trasformata per esigenze editoriali. Aspirazione di molti sono le grandi testate come il Newsweek o il Time, irraggiungibili e lontane dalle cose che ho prodotto e che produco. Francamente penso di parlare a nome di un gran numero di fotografi dicendo che la speranza sia di pubblicare i lavori fatti che non hanno mai trovato spazio perchè lavori scomodi, storie di sfigati o storie troppo di nicchia.
Credo che il web oggi sia una buona vetrina per farsi conoscere, ma per ora non ho fatto proposte ancora a nessun web magazine; mi piacerebbe confrontarmi con chi lo fa.
Anche fare una foto per 'Voices from Italy' è un assignment.
Quali sono le differenze nel processo di lavoro, dalla richiesta alla consegna... del tuo
ultimo assignment, ad esempio, e del lavoro che svolgi per 'Voices from Italy'?
'Voices from Italy' ritengo sia una di queste vetrine, un bel progetto al quale (anche se con ritardi) ho preso parte. Ogni richiesta/assignment strutturata in diversi temi era stimolante e obbligava a fermarsi cercando di capire quale immagine poteva rappresentare la mia regione.
Le immagini che hai dato, sembrano le risposte perfette a delle domande a trabocchetto. I temi People, Habitat, Landscape, Common Place per testimoniare la personalità di uno spazio geografico sono molto ampi....
Calza bene la parola personalità, ti dirò che spesso mi sono interrogato, penso come gli altri, su come potevo tradurre in immagine una parola, le prime tre erano facili ma Common Place e Miracolo Italiano erano ostacoli, sfide che ho affrontato non lavorando sul territorio ma sul mio archivio che avevo dietro con me in India.
Quando voices era on line con solo un tema, non riuscivo a cogliere la personalità della regione e del fotografo.
Ora (dicembre 2010) con 5 immagini , anche la singola immagine prende più significato...il filo rosso (della regione di provenienza) inizia come a raccontare una storia.
Qualche anno fa ho fotografato Maria Lai, un’artista sarda. Mi raccontava di un’installazione che da giovane aveva fatto nel suo paese, un filo che correva di casa in casa unendo gente, luoghi, spazi, per creare un momento, un ricordo. Mi piace pensare che voices ci abbia chiesto di fare la stessa cosa, toccava ad ognuno di noi tendere il filo rosso per definire un’identità.
Il lavoro di fotografo necessita di una grande dose di improvvisazione. E come in ogni disciplina, la migliore improvvisazione deve anche basarsi su grande tecnica e su regole e schemi. Vuoi svelarci alcune delle tue regole o schemi?
Improvvisazione! Preferisco pensare all’unione di corpo anima e mente, questo è uno dei principi del karate e credo valga anche in fotografia. Ho adottato come regola un insegnamento datomi da una persona che oggi non c’è più, impara la tecnica e poi dimenticala per essere libero di esprimere te stesso!
Mi è capitato di stampare una tua immagine per una collettiva di Luz e ero felice di trovare un file a 16 bit. La definizione del tuo file era ottima e anche la lavorazione. Tieni tutti i file a 16 bit? Da quando e perché?
Ho molta cura del mio archivio, questa è un’altra regola che mi sono dato quando ho deciso che la fotografia sarebbe stato il mio lavoro. Oggi non scendo più in cantina a stampare, ma ho imparato ad utilizzare credo, nel migliore dei modi, i programmi che abbiamo a disposizione per gestire questi 01 impalpabili, quindi traggo vantaggio anche dei 16 bit.
Ho avuto molti maestri che nel tempo hanno ‘ceduto’ il loro sapere ad un giovane che credeva e tuttora crede in quello che sta facendo, c’è stato chi mi ha insegnato anche questo!
Lorenza Orlando, responsabile The Photographers' room
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